“Di’ tutto alla mamma” è l’invito che la madre rivolge al bambino in ambasce. “Alla mamma dico tutto” afferma la fanciulla, finché non arriverà a non dirle più tutto, anzi non le dirà più niente.
Il “dire tutto” è un’espressione che parte da un comando, per lo più implicito. Comando che si appoggia, che lo si percepisca o no, su quella funzione che Lacan chiama soggetto-supposto-sapere. È per l’appunto rispetto alla funzione soggetto-supposto-sapere che perfino il giudice può intimare al testimone di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Si tratta, in questo caso, della verità intesa come quella caratteristica di ciò che è conforme alla realtà. Tra gli altri ambiti in cui rileviamo il “dire tutto”, mettiamo a confronto la direzione di coscienza, la confessione e la direzione della cura.
Per quanto riguarda la direzione di coscienza, il lasciarsi dirigere di per sé non comporta l’obbligo di dire tutto al proprio direttore spirituale, il quale, per di più. deve essere scelto liberamente, come annotano i testi conciliari [1]. Il punto su cui Lacan porta la sua critica e l’incompatibilità con la direzione di coscienza è proprio nella differenza dell’oggetto su cui verte la direzione: diversamente dalla direzione di coscienza in cui si dirige il fedele, nella direzione della cura l’analista “non deve affatto dirigere il paziente. La direzione di coscienza, nel senso della guida morale che un fedele del cattolicesimo vi può trovare, qui è radicalmente esclusa” [2]. In psicoanalisi si dirige la cura, non il paziente.
Nel suo testo Lacan precisa in che cosa consiste questa direzione in psicoanalisi. La direzione della cura “consiste anzitutto nel far applicare al soggetto la regola analitica” [3]. Ecco apparire un fattore determinante, una regola inderogabile, che si era già posta a livello del funzionamento della giustizia, dove però riguardava il dire tutta la verità, verità fattuale, obbligo a cui si deve attenere il testimone in un processo, pena di trovarsi condannato per falsa testimonianza. Anche nell’esperienza psicoanalitica si tratta di “dire tutto” attenendosi a quel parametro imprescindibile che Freud chiama Grundregel, regola fondamentale, e che precisa nel saggio del 1913 Zur Einleitung der Behandlung [4]. Senza la volontà del paziente di attenersi a questa regola non c’è analisi.
Prima di addentrarci su che cosa verte la regola fondamentale, mettiamo a confronto la direzione della cura con il sacramento della confessione, dove vi si tratta di “dire tutto” rispetto a un altro parametro, anch’esso imprescindibile, pena la validità dell’atto di assoluzione che comporta il sacramento della penitenza. Nella confessione si tratta di dire tutti quei peccati che la teologia morale chiama peccati mortali. In pratica si tratta di quegli atti che trasgrediscono quelli che chiamiamo i dieci comandamenti e che si trovano formulati in due libri della Bibbia [5] e “promulgati da parte di qualcosa che si annuncia come Io sono ciò che sono” [6]. In breve, materia di confessione è un atto che trasgredisce uno dei dieci comandamenti. Tuttavia, l’atto dev’essere compiuto da un essere umano che agisce volontariamente e in modo cosciente.
Di tutt’altra natura è invece l’imperativo a cui si sottopone colui che si attiene alla regola freudiana. Rivolgendosi all’Uomo dei topi Freud gli espone che doveva dire tutto quello che gli passava per la mente, sebbene fosse sgradevole, non pertinente, senza senso o assurdo. Era questa la condizione, che Freud afferma essere l’unica a cui la cura lo avrebbe impegnato. Il paziente doveva attenersi a quella regola affinché nel soggetto potesse aver luogo quello che Freud chiama Einfall, ossia quella caduta, quell’irruzione che fallacemente viene tradotta con libera associazione. L’Einfall – termine stranamente simile a Umfall, incidente, disgrazia – lo si trova nei testi freudiani ben prima di Grundregel, poiché è presente, anche nella sua forma verbale, fin nella Traumdeutung [7]. E tuttavia l’Einfall è senza operatività se non è fermamente ancorato, e in modo imprescindibile, alla Grundregel.
Questo “dire tutto” si differenzia, dunque, a seconda dell’oggetto in questione nei due procedimenti: peccato commesso coscientemente per il penitente, la catena significante che funziona inconsciamente per l’analizzante. Simile, inoltre, è nei due procedimenti tutto ciò che riguarda i sentimenti, gli affetti e le angosce. Sebbene possano tormentare il penitente, essi non sono né materia di confessione né prove di ravvedimento. Sebbene in una cura analitica gli affetti siano presi in conto, essi lo sono non già in quanto causa ma solo in quanto effetti del funzionamento significante sul soggetto.
Discordante è, invece, la finalità dei due procedimenti dove l’obiettivo si differenzia nettamente. Per il penitente è l’assoluzione del peccato commesso, per l’analizzante, se non c’è nessun perdono del proprio agire, c’è tuttavia la possibilità di instaurare una nuova alleanza con la pulsione.
[1] Il Concilio Vaticano II, Documenti, Ed. Dehoniane, Bologna, 1965, num. marg. 748, 788.
[2] J. Lacan, “La direzione della cura e i principî del suo potere”, Scritti, vol. II, Einaudi, Torino 1974 e 2002, p. 581.
[3] Ibidem.
[4] S. Freud, “Inizio del trattamento”, in “Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi”, Opere, vol. 7, Boringhieri, Torino 1975, pp. 333-352.
[5] Esodo, 20, 1-17 e Deuteronomio, 5, 6-22.
[6] J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960), Einaudi, Torino 2008, p. 95.
[7] S. Freud, “L’interpretazione dei sogni”, Opere, vol. 3, Boringhieri, Torino 1966.
Paul Κlee, Tableau mural, 1924.

