La scansione della seduta analitica può a volte dare all’analizzante, soprattutto nei primi tempi, l’impressione che non abbia avuto il tempo di dire tutto. La psicopatologia del divano si vede, così, spesso costellata di formule che esprimono il rammarico, la frustrazione di aver fornito all’analista un quadro incompleto, cosa che, secondo l’analizzante, potrebbe nuocere ad una buona comprensione dando un’idea tronca delle sue questioni. L’ideale di esaustività di cui si parla qui non tiene conto dell’impossibilità strutturale rilevata da Lacan in Televisione quando faceva obiezione al tutto della verità come del dire. L’introduzione della seduta a durata variabile, il taglio a metà di una frase, se non di una parola, il cui equivoco arriva così a risuonare, prendono posizione contro il tutto, lo mostrano per quello che è: al peggio una vanità, al meglio un’illusione.
Ma l’esaustività non è il solo abito di cui si adorna l’ideale del dire-tutto. A volte il tutto riguarda un elemento molto particolare, e “non le ho detto tutto” significa che l’analizzante non ha, per la precisione, detto nulla. Che il pezzetto di verità lo ha, per il momento, tenuto nascosto per sé. Fra tracimazione e riserbo, la logica del dire tutto si svolge nelle sue sfumature e segna anche un modo-di-godere: a volte Mille e una notte (sullo stile “il seguito alla prossima puntata”), a volte Assassinio sull’Orient-express (sullo stile “non mollare l’osso”).
Tra totalità sfuggente e unità nascosta, in senso contrario a questa versione incantata della parola che si suppone piena e che non esprime che vuoto, si traccia la linea di Georges Perec. Anche qui si può parlare di totalità sfuggente e unità dissimulata, ma nella sua versione disincantata, privata del calore avvolgente che cresce di mistero in rivelazione. Questa doppia dimensione (totalità/unità) si esprime in Perec nel tentativo di svuotamento del senso nella descrizione, in particolare con L’infra-ordinario e Tentativo di esaurimento di un luogo parigino da una parte e, dall’altra, La scomparsa, romanzo concepito interamente sull’elisione della lettera e – elisione che ha fatto scorrere molto inchiostro.
È, ad esempio, in Tentativo di esaurimento di un luogo parigino che si esprime questa particolare ricerca di esaustività, che mira a descrivere non tanto quello che, di un luogo specifico (la Place Saint-Sulpice) è già conosciuto e inventariato, fotografato, dipinto e così eternizzato, ma l’effimero inosservato, l’invisibile del quotidiano: i piccioni, il bus, i passanti…Venire più giorni di fila, appostarsi nello stesso luogo e descrivere quello che “generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole”. [1] L’impostazione è esplicitata nel volumetto intitolato L’infra-ordinario, dove Perec invita a mettersi in ascolto del “rumore di fondo”: “Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete. Esaminate i vostri cucchiaini. Cosa c’è sotto la carta da parati? Quanti gesti occorrono per comporre un numero telefonico? Perché?” La proposta di Perec si basa su una constatazione: i giornali, le notizie sensazionalistiche, i titoli da prima pagina non gli insegnano niente. E conclude: “Poco m’importa che queste domande siano frammentarie, appena indicative di un metodo, al massimo di un progetto. Molto m’importa, invece, che siano triviali e futili: è precisamente questo che le rende altrettanto, se non addirittura più essenziali di tante altre attraverso le quali abbiamo tentato invano di afferrare la nostra verità”. [2]
La cattura vana della verità si nutre di una gerarchia fallace, quella che crede di poter determinare ciò che è importante, ne fabbrica la cornice quando, nell’ordine del discorso, si tiene il meglio per la fine o lo nasconde. La via del futile, del triviale, di ciò che si fa residuo sfuggendo all’occhio come alla parola è, per Perec, quella che al contrario può farsi portatrice di una verità. Una verità che non si afferra ma si situa nel “ciò che sembra aver smesso per sempre di stupirci” [3] e che, se si vi si presta attenzione, ha occasione di rivelarci almeno una cosa: che, ciechi rispetto allo sfondo, indifferenti al supposto insignificante, “dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni”. [4] L’inventario dell’infra-ordinario, nella sua stessa monotonia, fatta per esempio della descrizione di ogni numero di rue Vilin, o di tutto ciò che Perec ha mangiato e bevuto nel 1974,[5] rivela a noi stessi la potenza di ciò che ordina il racconto: il punto cieco.
[1] G. Perec, Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, Roma, Voland, 2011, p. 7.
[2] G. Perec, L’infra-ordinario, Macerata, Quodlibet, 2023, p. 10.
[3] Ibid., p. 12.
[4] Ibid., p. 11.
[5] Ibid., p. 11 per la rue Vilin e p. 83 l’inventario degli alimenti liquidi e solidi ingurgitati.
Vassily Kandinsky, Sans titre (Première aquarelle abstraite), 1910

