La domanda Dire tutto? tocca il principio stesso del dispositivo analitico, la sua regola fondamentale così come enunciata da Freud: “Dica tutto ciò che le viene in mente”.
L’attenzione posta nell’enunciarla al paziente – in diversi modi, più o meno espliciti – è la stessa con cui il soggetto potrebbe replicare:
“Dire tutto? Nel dover mettere il segno interrogativo inducete già il sospetto che non riteniate possibile rispettare questa regola, per quanto fondamentale sia”.
Vediamo. In primo luogo, non le abbiamo chiesto soltanto di “dire tutto”, né tanto meno la promessa di rispettare quella formula giuridica tradizionale: “Dica la verità, tutta la verità e niente altro che la verità”.
“Conosco la sua massima lacaniana, quella della verità che non può dirsi tutta. E con ciò … che cosa vorrà dire: “dica tutto ciò che le passa per la mente”? E quello che non mi viene in mente… Non riuscirei a dirlo? In realtà, sono venuto qui per sapere qualcosa che non mi sia mai venuto in mente, forse per arrivare a dirlo. Me lo dirà lei? Inoltre, se ci fa caso, lei ha appena enunciato la sua “richiesta” impossibile da soddisfare con un imperativo – “Dica” – seguito da un congiuntivo – “tutto ciò che le passi per la mente”. Se non l’ha completata con il presente indicativo, che sarebbe “Dica… tutto ciò che le passa per la mente”, sarà anch’esso fondato in qualche sottile precauzione. Anticipa sicuramente il fatto che mi verranno in mente cose che non vorrò dire, “sarà tentato di dirsi: questo o quello non c’entra oppure non ha alcuna importanza, oppure è insensato, perciò non c’è bisogno di dirlo” [1](Freud dixit). Non è un po’ capriccioso?”
In realtà, se abbiamo utilizzato il congiuntivo è per un artificio della parola che ha qualcosa di ingannevole. Per un momento ci siamo voluti osservare da un luogo esterno a noi stessi, come se potessimo situarci fuori, prima o dopo, dal proprio atto di enunciazione, e parlare di ciò che diciamo, come se potessimo persino legiferare sull’atto di parlare, su ciò che può o non può essere detto, dal punto di vista di un linguaggio superiore che prendesse il nostro dire come oggetto.
“Sì, conosco anche quell’altra massima, “non c’è metalinguaggio”. Quella sì sarebbe l’illusione di voler dire tutto, tutto sul mio linguaggio.”
In realtà, è con un’immagine simile che Freud volle spiegare la sua regola fondamentale: “Si comporti, per fare un esempio, come un viaggiatore che segga al finestrino di una carrozza ferroviaria e descriva a coloro che si trovano all’interno il mutare del panorama dinanzi ai suoi occhi. ” [2]
“Salvo che, se io sono quel paesaggio, se io sono l’oggetto che cerco di afferrare nel trascorrere dei miei pensieri, non posso sedere al contempo all’interno del vagone a dire ciò che penso, vale a dire ciò che vedo del paesaggio esterno che sarei io stesso. Sarei tentato allora di pensare ciò che dico. Ma, se penso ciò che dico, non arriverò mai a dire ciò che penso, né tutto né un po’. La sua regola mi sembra ora ancora più impossibile da portare a compimento.”
Diciamo allora che il soggetto dell’esperienza analitica si costituisce come la cornice stessa del finestrino del vagone freudiano. Non si trova all’interno del presunto vagone, ma nemmeno all’esterno, nel paesaggio in cui lo si suppone. Il soggetto è proprio la cornice del finestrino di quel treno, la cornice del fantasma in cui il soggetto si divide per il fatto di dover parlare circa un oggetto che necessariamente gli sfugge.
La regola fondamentale, così come Freud la formulò in lingua tedesca, acquisisce allora la sua ragion di essere: “Sagen Sie also alles, was Ihnen durch den Sinn geht”, sarebbe letteralmente: Dica lei, dunque, tutto ciò che le passa (ciò che trascorre) “durch den Sinn”, attraverso la mente, attraverso il Sinn che è anche il senso. Il treno che passa attraverso il paesaggio non si distingue dal paesaggio, dal trascorrere del senso che sfugge, da un referente inafferrabile.
Notiamo che le diverse lingue del Congresso modulano ognuna in modo diverso questo paesaggio. In francese, “Dire tout? ”, in italiano, “Dire tutto? ”, fanno Uno del Tutto, mentre la grammatica dello spagnolo, “¿Decirlo todo? ”, e dell’inglese, “To say it all”, lo raddoppiano con il pronome.
La regola fondamentale pone all’analizzante l’esigenza di dire il paesaggio che trascorre davanti ai suoi occhi – il proprio discorso che sarà sempre discorso dell’Altro –, sapendo però che quel paesaggio è già un ritaglio del reale e non solo, sapendo che quel reale gli sfugge quanto più voglia afferrarlo da un esterno o da un interno presunti. È solo accettando questa scommessa, acconsentendo alla divisione, che si potrà sapere un po’di ciò che non verrebbe da dire.
È solo rinunciando a voler dire tutto, accettando di ripetere ciò che crede già di sapere, che arriverà a dire qualcosa di nuovo del suo sapere inconscio.
Così, la formula freudiana della regola fondamentale è un modo cortese – “Sagen Sie…”, Dica… – di mettere in atto quell’altra, più diretta, che Nietzsche mise in bocca a Zarathustra quando egli diceva a sé stesso: “Sprich dein Wort und zerbrich!” – Dì la tua parola e spezzati!
[1] S. Freud., “Inizio del trattamento” in Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica (1913-1914), Opere Complete Tomo VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 344.

