Esiste una relazione intima tra la vergogna e la colpa nell’esperienza analitica. Quando un soggetto è invitato a dire tutto ciò che gli passa per la testa, ossia, quando è convocato all’associazione libera, il suo dire può risvegliare sia un affetto che l’altro: la colpa per aver taciuto alcune cose o la vergogna per averne detto altre. Può sentirsi anche colpevole per ciò che ha detto e vergognarsi proprio per quello di cui non ha parlato.
Vergogna e colpa mantengono una vicinanza singolare. Jacques-Alain Miller formula la domanda con precisione: “perché vergogna e senso di colpa si richiamano e si disgiungono contemporaneamente?” [1] Non sono affetti equivalenti, anche se entrambi appaiono quando il soggetto inciampa in un punto di reale, precisamente lì dove si incontra con l’opacità del proprio godimento.
Ricordiamo che la colpa è la risposta del soggetto quando il godimento compare sotto forma dell’imperativo super-egoico e della cessione di desiderio. In questo modo può sorgere sia come risultato della proibizione del godimento sia sotto l’imperativo di godere sempre di più. La vergogna, da parte sua, emerge quando lo stesso godimento rimane esposto allo sguardo dell’Altro e il soggetto cade dall’immagine ideale con cui manteneva il proprio posto. Entrambe sono forme di trattamento del reale e, proprio per questo, costitutive del legame sociale. Il destino che una civiltà riserva alla colpa e alla vergogna dice molto del suo modo di far esistere il vincolo con l’Altro. [2]
In spagnolo, la parola sinvergüenza [senza vergogna/sfacciato] nomina con una precisione straordinaria la canaglia. Non è esattamente uno svergognato. Lo svergognato conserva ancora una relazione con la vergogna: la sfida, la provoca o gioca con essa. Il sinvergüenza, invece, sembra essersene emancipato. La nostra epoca sembra essere meno abitata dalla sfacciataggine che dalla mascalzonata, una forma di soggettività nella quale anche la colpa perde la sua efficacia.
L’impudenza contemporanea, correlativa all’imperativo di godimento, sembra promettere un mondo liberato da entrambi gli affetti. Dire tutto equivale a mostrare tutto. Quindi, non ci sarebbe niente da nascondere e, correlativamente, niente da perdonare. In questo modo le idee di onore, dignità o perfino di verità, hanno ceduto di fronte al diritto di ognuno a godere senza limiti. Il senso contemporaneo dell’espressione “dire tutto” non rimanda alla forzatura della confessione, come accadeva sotto il mandato di un regime dittatoriale, ma piuttosto alla permissività del godimento il cui imperativo potrebbe formularsi così: “dica tutto ciò che vuole e continuerà a godere e farà godere altri”. I social ne costituiscono il paradigma più evidente, sebbene vi partecipi anche una certa degradazione della vita politica.
La regola fondamentale della psicoanalisi, quando enuncia “dica tutto ciò che le viene in mente”, non si installa in nessun modo per invitare a continuare a godere, piuttosto per aprire la via dell’inconscio e produrre un sapere sul godimento che si gioca nel dire stesso. Contrariamente al senso imperativo del “dire tutto”, si tratta di inventare un trattamento del reale, il che include un’etica del godimento. Per questo motivo, nel corso di un percorso analitico la vergogna e la colpa giocano la loro partita. A volte, può perfino accadere che la psicoanalisi introduca la necessità del pudore in colui la cui impudenza faceva parte del sintomo. D’altra parte, il ben dire al quale può condurre un’analisi non è compatibile con la spinta a dire tutto, perché si installa solo quando l’enunciazione stringe il punto nel quale non c’è un sapere totale sul godimento e il soggetto inventa un saper fare con questo impossibile.
La psicoanalisi, che non è una spinta alla confessione, porta il soggetto a farsi responsabile della propria posizione. Se torniamo al titolo del nostro congresso, Dire tutto?, avvertiamo che è precisamente il segno interrogativo ciò che viene introdotto dalla logica analitica: non solo perché esiste una impossibilità logica a dire tutto, ma anche perché il godimento permane in qualche punto sempre opaco. L’esperienza della psicoanalisi si radica, in qualche modo, nella portata etica di questo stesso interrogativo. Occorre chiedersi, quindi, se sia possibile un’analisi per un soggetto senza colpa e senza vergogna. Non sembra. Portare avanti un’analisi suppone prendere in conto la vergogna e la colpa, nella misura in cui entrambe emergono come affetti che segnalano la relazione del soggetto con il proprio godimento, così come il suo legame singolare con l’Altro.
D’altra parte, neppure potremmo affermare che la colpa e la vergogna siano sparite completamente; forse conviene domandarsi piuttosto quale sia oggi il loro posto nel legame sociale quando sembrano aver perso il prestigio di una volta. Come si riconfigurano questi affetti in una civiltà che ha eroso l’idea stessa di onore? È una delle domande che il discorso psicoanalitico è in condizione di sostenere e, precisamente per questo, un tema che merita di essere approfondito nel dibattito che la psicoanalisi intrattiene con la civiltà contemporanea.
[1] Miller, J.-A., “Nota sulla vergogna”, La Psicoanalisi, n° 46, 2009, p. 25.
[2] Oltre all’articolo citato in precedenza, si veda sulla questione: Miller, J.-A. (1989). Pathologies de l’éthique. 2. Sur le sentiment de culpabilité. Disponibile on-line: HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=Eyo3PJHBL1M” https://www.youtube.com/watch?v=Eyo3PJHBL1M.

